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VOCI DAL MARMO

La quantità di cose che si potevano leggere in un pezzetto di legno liscio e vuoto sommergeva

Kublai; già Polo era venuto a parlare dei boschi d’ebano, delle zattere di tronchi che discendono

i fiumi, degli approdi, delle donne alle finestre…

Italo Calvino

La realtà, se forzata e portata alle estreme conseguenze, può lasciarci intravedere una realtà altra, non proprio celata dalle cose, ma che le cose stesse implicano e già possiedono in sé, sottesa, come repertorio inesauribile dei possibili esistenziali e quindi narrativi cui la realtà è suscettibile. Per questo, se volessimo ricercare dei precedenti pittorici all’operazione artistica compiuta da Roberto Mari a partire dalla riproduzione e dallo stravolgimento della superficie del marmo, non dovremmo cercarli nell’astrattismo di Mondrian o di Klee, e nemmeno nell’espressionismo astratto di Pollock o di Rothko – che sono sintesi a posteriori di una realtà ormai inesistente o, comunque, reinterpretata alla luce della soggettività più estrema –ma nell’esperienza metafisica. Non certo per le tematiche o per le modalità di rappresentazione, ma per la possibilità comune di dare spazio ad aspetti inattesi e a visioni apparentemente irrazionali della realtà, a partire dalla semplice rappresentazione della realtà stessa.

 La realtà del marmo non viene mai completamente negata da Mari, ma la possibilità di saturare e forzare a proprio piacimento le componenti coloristiche dell’immagine, offerta dagli attuali mezzi di elaborazione fotografica digitale, gli consentono di restituirci una visione completamente diversa da quella di partenza, e pure già compresa in essa e come dire prevista o prevedibile. Lasciandoci intendere al tempo stesso – ed è qui che Mari recupera il momento soggettivo e, come dire, l’interesse più prettamente fotografico ed estetico per la luce e il colore -   che quello che ci viene proposto è solo uno dei possibili scenari compresi dall’immagine all’interno di sé stessa.

Scavando nell’immagine, il colore e la luce insistono sulla scomposizione geometrica della trama del marmo, evidenziandone il reticolo modulare ed  esaltandone al tempo stesso gli scarti alla regola. Eppure lo spettatore non può, pur cogliendo l’intento autoreferenziale  di queste accattivanti tele fotografiche, eludere l’istinto a rinvenire, dietro l’ossessiva  predilezione per la struttura, il suggerimento di mondi ad essa sottesi, il senso della storia che grida sotto la mappatura della realtà.

Ci sembra talora di trovarci di fronte alla pianta di antichi siti, di città sopravissute alla fine degli uomini, la cui ragnatela di strade è ancora in grado di raccontarci delle storie. Altre volte incontriamo superfici più scarne, più asciutte, solcate da venature che ricordano quelle del legno, di antiche scorze d’alberi. Talvolta sembra di trovarsi in presenza di ancestrali graffiti antropomorfi, oppure il colore suggerisce visioni più nette, come di ferite nel marmo da cui sgorghi copioso  del sangue. Oppure si scende come in profondità sottomarine, in abissi solcati da alghe, da strane presenze, da fessure che conducono chissà dove.

È la tensione narrativa che il lavoro di Mari conserva, pur in un tale stravolgimento delle coordinate realistiche,  che fa scaturire queste voci dal marmo.

 

 

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